Il tagliacarte del notaio Ferri scivolò sotto il sigillo con un rumore secco, piccolo, quasi educato.Marco aveva ancora quel mezzo sorriso in faccia. Quello che usava quando pensava di aver già vinto senza dover sembrare cattivo. Cristina, dietro di lui, teneva il telefono abbassato per la prima volta da quando era entrata nello studio. Il profumo dolciastro del suo cappotto riempiva l’aria più del caffè lasciato freddo sulla scrivania. Fuori, Parma era grigia, bagnata, con le gomme delle auto che tagliavano le pozzanghere sotto le finestre alte.Il notaio aprì la busta avorio di Laura e tirò fuori quattro fogli piegati, una chiavetta USB nera e una fotografia.

Non guardai subito la foto. Guardai le mani di Marco. Erano appoggiate sul tavolo di noce, pulite, curate, ferme solo in apparenza. Il pollice destro batteva contro l’indice, una volta, poi un’altra. Cristina se ne accorse e gli sfiorò il braccio. Non per consolarlo. Per fermarlo.Il notaio Ferri infilò gli occhiali, lesse la prima riga e la stanza cambiò temperatura. “Al dottor Ferri, all’avvocata Rinaldi e a mio marito Antonio De Santis, nel caso in cui nostro figlio Marco tenti di appropriarsi dei beni familiari facendo leva sulla mia morte o sulla presunta fragilità di Antonio.”
Cristina smise di respirare per due secondi. Lo vidi dal collo, dove la pelle le pulsò sopra il colletto cammello.
Marco fece una risata senza voce.
“Questa è ridicola.”
Il notaio non alzò gli occhi.
“Signor De Santis, la prego di non interrompere la lettura.”
Non aveva usato il nome di battesimo. Non aveva detto Marco. Aveva detto signor De Santis, come si parla a un adulto che sta per firmare qualcosa di irreversibile.
Il secondo foglio era una dichiarazione di Laura, datata 12 febbraio, ore 02:16. La sua calligrafia tremava, ma ogni parola stava al suo posto.

Scriveva che Marco le aveva chiesto tre volte, negli ultimi otto mesi, di convincermi a “semplificare le cose”. Una procura generale. L’accesso operativo al fondo. La possibilità di vendere la casa di via del Tiglio “per trasferire papà in un posto più adatto”.
Più adatto.
La stessa frase che Cristina aveva usato a Natale, mentre tagliava il panettone da 38 € che avevo comprato io.
“Antonio ha troppe scale in quella casa. Un bilocale servito sarebbe più adatto.”
Allora Laura aveva posato il coltello e le aveva chiesto:
“Più adatto a lui o ai vostri conti?”
Nessuno aveva riso. Neanche i bambini.
Il notaio continuò. La carta faceva un fruscio leggero sotto le sue dita. Il termosifone alle mie spalle ticchettava piano. Sentivo la fodera della giacca attaccarsi alla camicia, e il bordo della sedia premere contro le ginocchia.
END
