Il telefono della madre di Luca rimase acceso, puntato verso il pavimento lucido della sala visite. Sul monitor, l’immagine grigia tremava appena. La macchina dell’ecografia faceva un ronzio basso, continuo. Il gel sulla pancia di Federica aveva lasciato una striscia fredda che brillava sotto la luce bianca. Nessuno parlò per tre secondi. Poi Luca deglutì.
«Cosa vuol dire che le date non coincidono?» Il medico non guardò Federica. Guardò prima la cartella clinica beige, poi il foglio dell’ultima visita, poi Luca. «Vuol dire che questa gravidanza non è iniziata quando lei sostiene.» Federica chiuse le dita sul bordo del lettino. La carta sanitaria si strappò con un rumore piccolo, secco. Luca fece un passo indietro. Sua madre abbassò ancora di più il cellulare. «Dottore, parli chiaro», disse lei, con la voce diventata sottile. «Mio figlio deve capire.»
Il medico girò il monitor di pochi centimetri, abbastanza perché Luca vedesse la riga evidenziata. «L’epoca gestazionale è incompatibile con la data che mi avete fornito.» Federica si tirò la camicetta sulla pancia con un gesto rapido. «Le ecografie sbagliano.» Il medico appoggiò la sonda nel suo supporto. Il rumore della plastica contro il metallo fece voltare anche l’infermiera sulla soglia. «Non di questa misura.» Luca si toccò il taschino. La penna del divorzio era ancora lì, come un chiodo infilato nella stoffa.
Per quasi dieci anni, quella stessa mano aveva bussato alla porta di casa nostra alle sette e venti di sera. All’inizio portava sacchetti di pane caldo e piccoli mazzi di fiori comprati dal fioraio sotto l’ufficio. Mi baciava in cucina, con il cappotto ancora addosso, mentre il risotto faceva bolle lente nella pentola. Diceva che Brera gli sembrava meno fredda da quando c’ero io. Quando nacque Tommaso, Luca rimase sveglio tutta la notte sulla poltrona dell’ospedale. Gli tremavano le mani mentre gli cambiava il primo pannolino. Fotografò le sue dita minuscole e mandò l’immagine a tutti i parenti con una frase semplice: “È arrivato mio figlio.”
Due anni dopo, con Nina, pianse in silenzio davanti alla culla. Le comprò una copertina gialla perché, disse, l’azzurro e il rosa erano colori troppo poveri per una bambina nata con quegli occhi. Quella versione di lui non sparì in un giorno.