Pensavo di aver salvato Otello da un addio, ma fu lui a riportare luce in casa mia. La prima notte non dormì quasi per niente. Io avevo preparato una coperta accanto al divano, una ciotola d’acqua fresca e un po’ di cibo morbido, perché i cani anziani spesso mangiano piano, con quella dignità stanca che fa male a guardarla.Otello annusò tutto. Poi tornò davanti alla porta. Si sdraiò lì, con il muso rivolto all’ingresso. Come se quella donna dovesse rientrare da un momento all’altro e dire: “Scusa, ho fatto una stupidaggine.” Io rimasi seduta sul pavimento, con la schiena contro il muro. «Non torna, vecchio mio», gli dissi piano. Lui mosse appena un orecchio.
Non volevo ferirlo. Ma i cani capiscono più delle parole. Capiscono le valigie. Le mani fredde. Gli addii fatti in fretta. Capiscono quando qualcuno li lascia indietro. Verso le tre del mattino si alzò con fatica e venne in cucina. Io ero ancora sveglia. Avevo acceso solo la piccola luce sopra il lavello. Milano fuori taceva poco, come sempre. Qualche macchina lontana, un portone che sbatteva, passi sulle scale. Otello si fermò davanti a me. Mi guardò con quegli occhi vecchi. Poi appoggiò la testa sulle mie ginocchia. Non fece altro. Non chiese carezze, non cercò cibo, non pianse.
Restò così. E io, che avevo passato anni ad aiutare animali spaventati senza portarmi tutto a casa, quella notte piansi come una bambina. Il giorno dopo lo portai con me in ambulatorio. Non potevo lasciarlo solo. Non ancora. Quando entrammo, lui camminava piano, ma con un filo di orgoglio. Come se avesse deciso di non crollare davanti agli estranei. La veterinaria, la dottoressa Marini, lo vide e si fermò sulla soglia della sala visite. «È lui?» Annuii. Lei sospirò. Non disse niente di cattivo sulla donna. Non era il tipo. Aveva visto troppo, negli anni, per sprecare parole. Si chinò invece davanti a Otello. «Ciao, signore.»
Lo chiamò così.
Signore.
E Otello, per la prima volta da quando era stato lasciato, mosse la coda due volte.
Gli facemmo una visita completa.
Cuore stanco, ma ancora forte.
Artrosi alle zampe posteriori.
Udito scarso.
Vista un po’ velata.
Niente che dicesse “fine”.
Solo vecchiaia.
E la vecchiaia non è una colpa.
Mentre lo visitavamo, lui restò tranquillo. Ogni tanto cercava la mia mano con il muso, come per controllare che non fossi sparita anche io.
La dottoressa mi guardò sopra gli occhiali.
«Lo tieni tu?»
Io aprii la bocca.
Volevo dire: “Non lo so.”
Volevo dire: “Il mio appartamento è piccolo.”
Volevo dire: “Lavoro tanto, torno stanca, non ho giardino, non ho abbastanza tempo.”
Invece guardai Otello.
Lui era seduto male, tutto storto, con il pelo bianco sul petto e un’aria da vecchio professore deluso dalla vita ma ancora educato.
«Sì», dissi.
La dottoressa sorrise appena.
«Allora cominciamo da una cuccia più comoda e da qualcosa per le articolazioni.»
Quel pomeriggio, mentre sistemavo i medicinali sugli scaffali, entrò il signor Amedeo.
Abitava nel mio palazzo, due piani sopra il mio.
Un uomo sui settant’anni, magro, con le mani grandi da ex falegname e una camicia sempre infilata nei pantaloni anche quando andava solo a buttare la spazzatura.
Lo conoscevo appena.
Ci salutavamo sulle scale.
Lui diceva sempre “buongiorno” con quella voce bassa di chi non vuole disturbare il mondo.
Quel giorno teneva in mano una busta di stoffa.
«Ho visto il cane ieri sera», disse.
Io mi irrigidii.
Pensai che avrebbe protestato.
Il palazzo non era elegante, ma le lamentele arrivavano lo stesso. Per i peli. Per gli odori. Per i passi. Per tutto.
«Sì, è con me adesso», risposi. «È molto tranquillo.»
Amedeo guardò Otello, che dormiva dietro il bancone su una coperta piegata.
«Lo so.»
Poi appoggiò la busta sul tavolo.
Dentro c’era una coperta di lana marrone, un po’ consumata ai bordi.
«Era del mio cane», disse.
Io rimasi zitta.
Lui non aggiunse subito altro.
Accarezzò la coperta con due dita.
«Si chiamava Bruno. È mancato tre anni fa. Io non ho più avuto il coraggio di prenderne un altro.»
Otello aprì gli occhi.
Come se avesse sentito il nome di un vecchio amico.
Amedeo fece un passo verso di lui.
«Posso?»
Annuii.
Si chinò lentamente, con le ginocchia che scricchiolavano quasi più di quelle di Otello.
Il cane annusò la sua mano.
Poi fece una cosa che mi colpì.
Gli leccò il polso.
Amedeo abbassò gli occhi.
«Eh», sussurrò. «Tu lo sai, vero?»
Non so che cosa sapessero l’uno dell’altro.
So solo che da quel giorno, ogni sera, il signor Amedeo bussava alla mia porta.
Non entrava mai subito.
Diceva sempre:
«Se non disturbo, porto il signore a fare due passi.»
Otello, appena sentiva la sua voce, sollevava la testa.
Non correva. Non poteva.
Ma si alzava.
Piano.
Con fatica.
E quella fatica sembrava già meno pesante.
I loro giri erano ridicoli.
Dieci minuti intorno all’isolato.
Una pausa davanti al cortile.
Un’altra davanti al portone.
Otello annusava la stessa aiuola per un’eternità. Amedeo aspettava senza tirare il guinzaglio.
«Un vecchio non si mette fretta a un altro vecchio», diceva.
Io li guardavo dalla finestra della cucina.
E ogni volta sentivo qualcosa sciogliersi.
Una sera, dopo circa due settimane, successe una cosa strana.
Otello non si sdraiò più davanti alla porta.
Fino a quel momento, ogni notte, tornava lì.
Sempre nello stesso punto.
Come se il suo cuore avesse ancora un indirizzo vecchio.
Quella sera invece entrò in cucina, fece tre giri storti sul tappeto e si lasciò cadere accanto alla mia sedia.
Poi sospirò.
Un sospiro lungo.
Profondo.
Come quando una persona smette finalmente di trattenere il fiato.
Io rimasi immobile.
Avevo paura di rovinare quel momento.
Poi allungai una mano e gli toccai la testa.
«Hai capito, vero?»
Lui chiuse gli occhi.
Non so se aveva capito che quella era casa.
Ma per la prima volta non stava aspettando di andarsene.
Stava restando.
Passò quasi un mese.
Otello diventò parte del palazzo.
La bambina del primo piano gli lasciava disegni nella buca delle lettere, anche se lui non sapeva leggerli.
La portinaia gli teneva da parte un biscotto semplice, solo quando la dottoressa diceva che poteva.
Amedeo costruì una piccola rampa di legno per i tre gradini dell’ingresso.
Quando gli dissi che non doveva disturbarsi, mi guardò quasi offeso.
«Non è disturbo. È rispetto.»
Aveva ragione.
Certe cose non si fanno perché sono comode.
Si fanno perché qualcuno merita di non faticare più del necessario.
Poi arrivò una telefonata.
Era un venerdì mattina, in ambulatorio.
Stavo pulendo il tavolo della sala visite quando il telefono squillò.
Risposi con la solita voce.
Dall’altra parte ci fu un silenzio.
Poi una donna disse:
«Sono la proprietaria di Otello.»
Mi si strinse la mano attorno al telefono.
Non dissi “ex”.
Anche se avrei voluto.
«Sì.»
«È ancora da voi?»
Guardai verso l’angolo dove Otello dormiva sulla coperta di Bruno.
«Sta bene.»
Lei respirò piano.
«Io parto domani.»
Non risposi.
Non sapevo cosa volesse.
Non sapevo se temere una richiesta, una scusa o solo un gesto tardivo per sentirsi meno colpevole.
«Posso vederlo?» chiese.
Avrei potuto dire no.
Forse una parte di me voleva farlo.
Ma poi guardai Otello.
Lui non conosceva rancore.
I cani portano il dolore, ma non sanno usarlo come arma.
«Può venire oggi pomeriggio», dissi. «Ma solo se viene per salutarlo bene.»
Lei arrivò alle cinque.
Non aveva più gli occhiali scuri.
Il cappotto era sempre elegante, la borsa sempre costosa, il passo sempre controllato.
Ma il viso era diverso.
Più stanco.
Meno lucido.
Otello era vicino al bancone.
Appena la vide, si alzò.
Lentamente.