Mio marito è morto cinque mesi fa… stamattina ho visto un uomo che gli somigliava esattamente e io……..

Mi vide.
Non c’era alcun dubbio.
I suoi occhi mi inchiodarono… non di sorpresa, ma di qualcos’altro. Qualcosa che mi provocò un nodo allo stomaco.
Riconoscimento.
Ma non il genere di riconoscimento che ci si aspetterebbe da chi rivede la moglie dopo cinque mesi in cui era «morto».
Era più freddo.
Calcolatore.
Non pronunciò il mio nome.
Non corse ad abbracciarmi.
Si limitò a… osservarmi.
Per qualche secondo, il mondo intorno a noi tacque. Nessuna auto. Nessuna persona. Solo quello sguardo tra noi due.
Poi, spinse lentamente la porta ancora più aperta.
E senza staccare i suoi dai miei, disse:
«Non dovresti essere qui.»
La sua voce.
Era la sua voce.
Ma non c’era calore. Né amore. Solo un tono duro, quasi meccanico.
La gola mi si seccò.
«Come… come fai a essere vivo?» riuscii infine a dire.
Non rispose.
Invece, inclinò leggermente la testa, come se mi stesse studiando. Come chi cerca di risolvere un problema.
Poi sospirò.
«Entra.»
Ogni parte di me urlava di scappare.
Ma i miei piedi non ascoltavano.
Feci un passo avanti.
Un passo.
Un altro.
Fino a quando non fui sulla soglia.
L’odore all’interno era strano. Pungente. Come medicine mischiate a umidità e a qualcosa di… metallico.
Chiuse la porta alle mie spalle.
Il clic della serratura suonò come una sentenza.
«Parlami» dissi, con la voce tremante. «Dimmi cosa sta succedendo.»
Si diresse lentamente verso il centro della stanza.
La luce era fioca. Solo una lampada che tremolava.
Quando i miei occhi si abituarono… il cuore mi si fermò per un istante.
C’era qualcun altro.
O meglio…
Un altro «lui».
Indietreggiai di un passo, barcollando.
Su un letto semplice, collegato a macchinari… giaceva un uomo.
Pallido.
Immobile.
Con gli occhi chiusi.
E il suo volto…
Esattamente lo stesso.
«No…» sussurrai. «No, non è possibile…»
La testa iniziò a girarmi.
«Cos’è questo?!» gridai.
L’uomo accanto a me… quello in piedi… infine parlò:
«Quello è l’originale.»
Il sangue mi si gelò nelle vene.
«Cosa… cosa stai dicendo?»
Mi guardò. Questa volta, c’era un’ombra di qualcosa… quasi compassione.
«Tuo marito non è morto nel modo in cui credi.»
Scossi la testa.
«L’ho sepolto… l’ho visto…»
«Hai visto un cadavere» mi interruppe. «Ma non necessariamente il suo.»
Le gambe mi cedettero.
«Spiegami tutto. Subito.»
Esitò un attimo, come se stesse decidendo quanto rivelare.
Poi iniziò:
«Tuo marito è finito in ospedale cinque mesi fa. Non solo per una malattia… ma come parte di qualcosa di più grande.»
«Più grande di cosa?»
Strinse leggermente gli occhi.
«Un progetto.»
Quella parola fu come veleno.
«Hanno usato delle persone. Persone senza influenza. Senza protezioni.»
Il cuore iniziò a battere all’impazzata.
«Per fare cosa?»
Guardò il corpo sul letto.
«Per creare delle copie.»
Risi. Una risata isterica, spezzata.
«È impossibile.»
«Lo stai guardando» disse semplicemente.
Il respiro mi si mozzò.
«Tu… sei una copia?»
Non lo negò.
«Sono ciò che è rimasto.»
«E lui?» indicai il corpo.
«Non è sopravvissuto alla procedura. Almeno… non del tutto.»
La stanza iniziò a girare.
«Quindi tu… hai preso il suo posto?»
Scosse lentamente la testa.
«No.»
Si avvicinò a me.
«Ho i suoi ricordi. Le sue abitudini. La sua voce. Tutto ciò che lo rendeva… lui.»
Si appoggiò una mano leggera sul petto.
«Ma non sono lui.»
Una lacrima mi rigò la guancia.
«Allora chi sei?»
Mi guardò a lungo prima di rispondere:
«Sono io il motivo per cui sei ancora in pericolo.»
Lo stomaco mi si strinse.
«Cosa vuoi dire?»
All’improvviso, si irrigidì.
«Sanno che sono sparito.»
«Chi?!»
Un rumore.
Dall’esterno.
Passi.
Più di una persona.
Si diresse subito verso la lampada e la spense.
La stanza piombò nel buio.
«Ti hanno vista quando mi seguivi» sussurrò.
Il cuore mi batteva in gola.
«Cosa succederà?»
Mi afferrò la mano.
Calda.
Familiare.
Eppure… estranea.
«Se ti trovano… non sparirai nel nulla come è successo a me.»
La maniglia della porta si mosse.
Una volta.
Due volte.
Poi… un colpo secco.
«Aprite!»
Stavo per urlare.
Mi tirò più vicino, la voce appena udibile:
«Ascolta attentamente.»
Annuii, anche se non poteva vedermi.
«Devi scegliere.»
«Scegliere… cosa?»
«La verità… o la vita che conoscevi.»
La serratura iniziò a cedere.
«Se vieni con me, non si torna indietro.»
Un altro colpo. Più forte.
«E se resto?»
Tacque.
Poi sussurrò:
«Allora morirai… ma lentamente.»
Un secondo.
Due.
In quel momento, il mio mondo si frantumò… per la terza volta.
Guardai il letto.
All’uomo che avrebbe potuto essere il mio vero marito.
Poi a quello che mi stringeva la mano.
Quello che ha memoria di me.
Quello che è vivo, ora.
La porta iniziò a spalancarsi.
La luce tagliò la fessura.
Chiusi gli occhi.
E poi…
Scelsi.

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