Parte 2 — La valigia nel bagagliaio
Lo sportello posteriore del SUV era spalancato.
All’inizio vidi soltanto una valigia blu.
Poi riconobbi la targhetta legata al manico: ELEANOR.
Era la valigia che Arthur e io avevamo comprato per il nostro ultimo viaggio insieme.
Accanto c’erano due scatoloni pieni dei miei vestiti, il mio portagioie e un album di fotografie che tenevo sul comodino.
Chloe non aveva aspettato di vendere la casa.
Aveva già cominciato a svuotare la mia vita.
«Quella è la mia valigia», dissi.
Lei abbassò il telefono lentamente.
«Pensavo fosse meglio preparare le tue cose in anticipo.»
«In anticipo per cosa?»
Chloe guardò il bagagliaio, poi me.
«Per quando ti sarai calmata e avremo deciso dove farti stare.»
Mi alzai dalla sedia sul portico, appoggiandomi al deambulatore.
«Hai preso quelle cose dalla mia camera stamattina?»
«Sono solo vestiti, Eleanor.»
«E l’album di Arthur?»
Per la prima volta, il suo sorriso paziente scomparve.
«Non fare una scenata davanti ai vicini.»
Guardai oltre la sua spalla. La signora Patterson, dall’altro lato della strada, era ferma accanto alla cassetta della posta. Aveva sentito abbastanza da restare lì.
«Hai ragione», risposi. «Aspetterò.»
Chloe sembrò sollevata per un istante.
Non sapeva che stavo aspettando la persona che avevo chiamato prima ancora che arrivasse.
Il telefono le squillò. Sullo schermo comparve il nome di Mitchell.
Lei rispose subito.
«Tua madre ha cambiato le serrature. Credo che stia avendo un altro episodio.»
Rimasi immobile.
Anche dopo tutto ciò che avevo scoperto, sentirla dire quelle parole a mio figlio mi fece male.
Mitchell doveva averle chiesto di passargli il telefono, perché Chloe lo tese verso di me.
«Mamma?» disse lui. «Che cosa sta succedendo?»
«Tua moglie ha riempito l’auto con le mie cose.»
Ci fu una pausa.
«Chloe mi ha detto che eri d’accordo a prepararti per il centro.»
«Mi hai mai sentita dire che volevo andarci?»
«Mi ha mostrato i documenti.»
«Hai firmato una dichiarazione in cui sostieni che non sono più capace di badare a me stessa.»
«Pensavo fosse la richiesta per una valutazione.»
«L’hai letta?»
Non rispose.
Quell’assenza di risposta pesò più di qualsiasi scusa.
Dal bagagliaio spuntava l’angolo di una cartellina bianca. Non era tra le mie cose quando Chloe aveva aperto lo sportello.
«Mitchell, torna a casa», dissi. «E prima di parlare ancora con Chloe, chiama l’avvocata Sarah Jenkins. Ti darò il numero.»
Chloe mi strappò il telefono di mano.
«Non hai bisogno di un’avvocata, Mitchell. Tua madre è spaventata e sta confondendo tutto.»
Una berlina grigia si fermò davanti a casa.
Sarah scese con una borsa di documenti sotto il braccio. Dietro di lei parcheggiò un’auto della polizia.
Chloe fissò prima l’una, poi l’altra.
«Hai chiamato la polizia per dei vestiti?»
Sarah salì i gradini del vialetto. «Sono l’avvocata della signora Eleanor.»
Mostrò a Chloe il provvedimento del giudice e le spiegò che avrebbe potuto ritirare i propri effetti personali soltanto nella data stabilita, con la supervisione prevista.
Chloe lesse la prima pagina. Le mani le tremavano appena.
«Eleanor mi aveva chiesto di prendere le sue cose.»
«Non è vero», dissi.
L’agente si avvicinò al SUV. «Signora, può indicarmi quali oggetti appartengono alla proprietaria della casa?»
Chloe aprì la bocca, ma non disse nulla.
Sarah notò la cartellina bianca.
«Quella cos’è?»
«Documenti personali», rispose Chloe.
«Di chi?»
Chloe chiuse di colpo lo sportello posteriore.
Troppo tardi.
Nella fretta, un foglio era scivolato fuori e giaceva sull’asfalto, accanto alla mia valigia.
Sarah lo raccolse e me lo mostrò. Sul margine superiore c’era il nome dell’Oakmont Care Center.
Sotto, una data di ingresso: lunedì mattina.
Il giorno dopo.
Avvicinai il foglio agli occhi. Non riuscivo a leggere le righe più piccole, così Sarah me le lesse ad alta voce.
Alla voce persona che autorizza il trasferimento compariva il nome di Mitchell.
Alla voce consenso della paziente compariva il mio.
«Io non ho firmato niente», dissi.
Chloe fece un passo verso Sarah. «Dev’esserci un errore.»
Sarah girò il foglio.
Sul retro era allegata una copia della mia firma.
La riconobbi subito.
Non perché fosse autentica.
Perché Chloe aveva copiato anche il piccolo tremolio della mia mano.
Era identica alla firma che avevo lasciato mesi prima sulla ricevuta di una farmacia.
E quella ricevuta, ricordai all’improvviso, non era più nel cassetto dove la conservavo.
Sentii un’auto imboccare il vialetto.
Mitchell era tornato.
Scese ancora con il telefono in mano, guardò Chloe, poi la valigia blu nell’SUV.
«Mi avevi detto che la mamma voleva partire», disse.
Chloe gli andò incontro. «Posso spiegarti.»
Lui non la guardò.
Guardava il foglio che Sarah teneva tra le dita.
«La sua firma», disse piano. «Dimmi che non l’hai messa tu.»
Chloe restò in silenzio.
Pensai che quello fosse il momento peggiore della giornata.
Poi Mitchell prese la cartellina bianca dal bagagliaio e ne estrasse un secondo documento.
Lesse la prima riga, e il colore gli sparì dal viso.
«Mamma», sussurrò, «qui non c’è soltanto il tuo nome.»
Continua nella Parte 3.