La ceralacca si spezzò con un suono secco, piccolo, quasi elegante. Nello studio del notaio, per un istante, nessuno mosse neppure una mano. Sentii l’odore caldo della cera appena rotta mescolarsi alla carta vecchia e al lucido del tavolo. L’avvocato Claudio De Santis sfilò dal plico due fogli, poi una copia autenticata rilegata con un nastro grigio. Il notaio Mitri si aggiustò gli occhiali più in alto sul naso. Mio padre rimase mezzo alzato, con le dita appoggiate allo schienale della sedia. Mia madre aveva ancora la schiena dritta, ma il sorriso le si era ritirato dagli angoli della bocca.
«Questa non è un’integrazione del testamento,» disse De Santis, con una voce così piana da diventare più pesante del tono di chi urla. «È la conferma di un atto già perfezionato in data 14 giugno 2019, depositato presso il mio studio con istruzione di lettura pubblica solo dopo la successione principale.» Mio padre sbatté il palmo sul tavolo. «È ridicolo.» De Santis non lo guardò nemmeno. Abbassò gli occhi sul documento e lesse: «La sottoscritta Eleonora Bellini dichiara che l’immobile sito in Modena, via San Carlo 18, comprensivo dei due locali commerciali al piano terra e degli uffici al primo piano, è stato trasferito in nuda proprietà a mia nipote Tea Bellini. Mi riservo usufrutto vita natural durante. Alla mia morte, l’usufrutto si estingue e la piena proprietà si consolida in capo alla suddetta Tea Bellini.»
Mi arrivò un sapore di rame in bocca. Non alzai la testa subito. Guardai prima le mie mani, ancora intrecciate, poi il riflesso della finestra sul tavolo. Via San Carlo 18. Il palazzo sotto i portici. Il palazzo dove mio padre aveva la sede della sua società da quasi dieci anni. «Signor Mitri,» disse De Santis, «se desidera verificare.»Il notaio girò il monitor verso di sé, digitò senza fretta, chiese il codice dell’atto, controllò i riferimenti catastali e poi rimase immobile quel secondo in più che basta a cambiare l’aria di una stanza.
«Confermo,» disse. «La piena proprietà si è consolidata oggi, per cessazione dell’usufrutto. Intestataria: signora Tea Bellini.»
Maddalena Rizzo portò una mano al petto. Riccardo sollevò finalmente gli occhi e li posò su di me come se mi stesse vedendo da una distanza sbagliata. Mia madre aprì la bocca, la richiuse, poi disse soltanto:

«Che figura.»
Conoscevo il palazzo di via San Carlo molto prima di conoscere il modo in cui i grandi riescono a ferirsi tra loro sorridendo.
Quando avevo otto anni, nonna Eleonora mi ci portava il sabato mattina. Sotto i portici l’aria sapeva di pietra fredda, di brioche appena sfornate dal bar all’angolo e di pioggia trattenuta nelle fughe dei mattoni. Lei indossava sempre un cappotto chiaro, guanti sottili e un profumo pulito che mi restava addosso fino a sera. Salivamo la scala con il corrimano di ottone consumato dalle mani di mezzo secolo, e io correvo avanti per arrivare prima alla finestra grande del primo piano.
In quel palazzo nonna non era mai “la mamma di Stefano” o “la suocera di Diana”. Era la signora Bellini. La donna che conosceva ogni affittuario per nome, che ricordava le scadenze senza guardare l’agenda, che passava un dito sul bordo dei davanzali e vedeva polvere dove gli altri vedevano solo marmo lucido.
Mi lasciava timbrare le ricevute su un vecchio tampone blu. Una volta rovesciai una Fanta sulla copertina del registro degli affitti. Rimasi pietrificata, con il collo caldo e le mani appiccicose. Lei guardò la macchia arancione, poi rise così forte che persino il farmacista del piano terra tirò su la saracinesca per vedere.
