Parte 3: Avevo ingaggiato una donna delle pulizie mentre mio figlio e sua moglie erano in vacanza in Florida. Meno di un’ora dopo, mi chiamò sussurrando: “Signor Carter, c’è qualcuno che piange in soffitta, e di sicuro non è la televisione”. Corsi subito lì, salii attraverso la botola e trovai una persona che mio figlio aveva giurato vivesse al sicuro in una casa di cura. Mi chiamo Daniel Carter. Ho sessantatré anni e, fino a quel pomeriggio, credevo di conoscere mio figlio.

Parte 3: Il Respiro del Lupo e l’Ombra nell’Armadio
Il suono che gelò il sangue nelle mie vene non fu un urlo. Fu un clic. Metallico. Secco. Inconfondibile. Proveniva dal piano di sotto, dalla cucina. Melissa aveva appena armato la pistola che teneva nel cassetto delle posate.
«Papà?» La voce di Ryan echeggiò di nuovo nell’ingresso, ma ora aveva perso ogni finzione di calma. «Il localizzatore del tuo telefono mi dice che sei sulle scale. Esci con le mani vuote.»
Strinsi i denti. Avevo Eleanor in spalla, il suo corpo esanime che tremava contro il mio collo. Non potevo scendere. Saremmo stati falciati prima di raggiungere il corridoio. Con una silenziosa disperazione, invertii la marcia. Risalii i gradini verso il piano di sopra, ogni muscolo del mio corpo di sessantatré anni che urlava per lo sforzo.
Entrai nella camera da letto padronale, la stanza di Ryan e Melissa, e spinsi il chiavistello della pesante porta di quercia. Click. Adagiai Eleanor sul letto. I suoi occhi erano due pozzi di terrore assoluto. «Lui ci ucciderà, Daniel…» singhiozzò, coprendosi la bocca con le mani ossute. «Ti prego, nasconditi. Lasciami qui.» «Nessuno verrà lasciato indietro» sussurrai, accarezzandole la fronte febbricitante. «Vai in bagno. Chiuditi dentro. Non uscire per nessun motivo, anche se senti la mia voce che ti chiama. Hai capito?» Lei annuì, scivolando sul pavimento e scomparendo nel bagno in marmo.
Mi voltai verso la porta. I passi pesanti di Ryan stavano salendo le scale. Pum. Pum. Pum. «Papà, so che sei nella nostra camera» disse Ryan, la voce premuta contro il legno della porta. «Hai trovato le custodie. Hai letto il taccuino. Credevi davvero che ti avrei lasciato vivere se avessi sospettato anche solo per un secondo che saresti venuto qui oggi?»
Il mio smartphone, ancora in tasca, emise un debole bip. Localizzazione aggiornata. Maledizione. Il suo sistema di sicurezza era integrato con il mio telefono. Senza esitare, spalancai la finestra della camera. Sotto di me c’era il tetto spiovente del porticato, a circa quattro metri d’altezza. Presi il telefono e lo lanciai nel vuoto. Sentii il vetro infrangersi sulle tegole un secondo dopo.
«Maledizione!» urlò Ryan dal corridoio. Udii i suoi passi correre verso la finestra esterna, cercando di raggiungermi dal lato della casa. Avevo al massimo due minuti prima che trovasse una scala o sfondasse la porta. Mi guardai intorno freneticamente. Sul comodino di Melissa c’era un vecchio telefono fisso, un retaggio di quando avevano comprato la casa, ancora collegato alla linea interna. Afferrai la cornetta. Composi il 911 con dita che sembravano di ghiaccio. «Emergenza, qual è la sua richiesta?» rispose una voce femminile. «Mi chiamo Daniel Carter. Sono in casa di mio figlio a Columbus. C’è una donna ostaggio, sono armati, hanno ucciso delle persone…» «Signore, mi confermi il suo indirizzo esatto e resti in linea…»
Fu in quel preciso istante che lo sentii. Non proveniva dal corridoio. Non proveniva da Ryan. Proveniva dall’interno della stanza. Un lento, stridulo scricchiolio di legno.
Abbassai lentamente la cornetta, il cuore che mi esplodeva nel petto, e mi voltai verso il grande armadio a muro di Melissa. Le ante a persiana si stavano aprendo. Lentamente. Un’ombra emerse dal buio dell’armadio, facendosi avanti nella penombra della camera. Non era Ryan. Non era Melissa. Era un uomo robusto, vestito con la divisa blu scuro della “Struttura di Assistenza Memoria Serena” – la stessa finta casa di cura in cui Ryan aveva detto che Eleanor era ricoverata. Nella mano destra stringeva un rotolo di plastica trasparente pesante. Nella sinistra, delle fascette da elettricista e un martello.
L’uomo mi guardò. Non c’era panico nei suoi occhi, solo una fredda, calcolatrice noia. «Signor Carter» disse l’uomo, con un sorriso che non prometteva nulla di buono. «Ryan ci aveva giurato che sarebbe stato un lavoro pulito. Che lei sarebbe venuto da solo per dare un’occhiata alla casa. Ma vedo che ha trovato la vecchia signora.»
Alle mie spalle, la finestra era l’unica via di fuga, ma era un salto nel vuoto. Nel bagno c’era Eleanor. E davanti a me, il braccio armato di un sicario che mi bloccava la porta. Poi, dal corridoio, sentii il rumore della maniglia della camera da letto che veniva abbassata con violenza. Ryan era tornato.
L’uomo nell’armadio sollevò il martello, facendolo dondolare ritmicamente. «Non si preoccupi, signor Carter. La plastica è abbastanza spessa anche per lei.»
Il terrore raggiunge il livello massimo! Daniel non è intrappolato solo con suo figlio, ma ha scoperto che Ryan fa parte di un giro molto più grande e spietato. Come farà a salvare Eleanor e a sopravvivere a una stanza chiusa con un mostro e un padre assassino alle calcagna?…..

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